L'AVIAZIONE NELLA STORIA

7 DICEMBRE 1941: attacco a Pearl Harbour.

Il 7 Dicembre 1941 è una delle date più importanti di tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale, con l'attacco a sorpresa portato dalle unità aero-navali giapponesi alla flotta americana ancorata nel porto delle Isole Hawaii.
Dal punto di vista prettamente aeronautico, l'attacco, pianificato dall'ammiraglio Isoroku Yamamoto e dal capo delle operazioni navali della portaerei Akagi, comandante Minoru Genda,  è da ritenersi esemplare per la condotta da parte dei giapponesi, i quali hanno saputo ben sfruttare le pecche della "intelligence" americana e della sua organizzazione militare. Gli aerei d'attacco della marina imperiale giapponese hanno reso al massimo delle loro possibilità, sfruttando le doti di equipaggi esperti e ben addestrati. Da parte americana si evidenziano solo alcune azioni (eroiche, tra l'altro) di difesa aerea portate dai pochi equipaggi che hanno potuto evitare la distruzione a terra dei loro velivoli da caccia, essenzialmente Curtiss P-40 delle prime serie costruite.


Vista satellitare della rada di Pearl Harbour.

Prologo.
Nel 1941 gli Stati Uniti non erano ancora entrati in guerra ufficialmente, anche se in Europa combattevano oramai da qualche tempo numerosi militari statunitensi, in servizio sia con l'esercito, con la marina ed anche con l'aeronautica ed inquadrati in corpi militari appartenenti alle nazioni alleate. Centinaia di piloti a "stelle e strisce" operavano in Inghilterra ed in Francia (oltre che nell'area del Pacifico presso l'aviazione cinese), impiegando macchine quali lo Spitfire e l'Hurricane inglesi e combattendo in prima linea nelle principali operazioni di guerra, tra le quali segnaliamo, come più importante e decisiva, la Battaglia d'Inghilterra.
Nel 1931, il dominio dei Giapponesi iniziò ad espandersi presso le aeree del Pacifico settentrionale. La strategia imperialista del Sol Levante portò, in seguito, alla seconda guerra sino-giapponese del 1937, con il consolidarsi dell'occupazione giapponese nei territori della Manciuria e poi dell'Indocina francese, conseguenza diretta quest'ultima, dell'entrata del Giappone nel Patto Tripartito (1940) con la Germania e l'Italia. La reazione degli alleati portò all'embargo degli americani contro il Giappone, al quale furono proibite le importazioni di importanti materie prime delle quali i giapponesi erano poveri, prime fra tutte il petrolio, il ferro e l'acciaio. I giapponesi, spinti alla ricerca di importanti risorse, invasero all'inizio del 1941, prima Hong Kong, le Filippine Wake Island e la Malaysia, infine la Thailandia. Queste operazioni militari portarono allo scontro con le unità da combattimento inglesi  e francesi presenti in estremo Oriente, Tra i fatti bellici più importanti di quel periodo annotiamo l'affondamento delle corazzate inglesi Prince of Wales e Repulse.
Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, di fronte alle mire espansionistiche giapponesi, allertò ancora di più l'intelligence e lo spionaggio. Inoltre, in una tumultuosa seduta al congresso americano, chiese di inasprire le sanzioni a danno del paese asiatico, congelando i possedimenti ed i fondi del Giappone presenti sul suolo americano. Il conseguente embargo navale mise alle corde i giapponesi, che importavano la quasi totalità del proprio fabbisogno energetico petrolifero, dagli Stati Uniti via mare. Con le proprie riserve di petrolio sufficienti solamente per i successivi nove mesi, lo stato maggiore imperiale giapponese pianificò alcune operazioni militari nel Pacifico, spostandosi sempre più verso sud. I negoziati susseguenti a tutte queste azioni culminarono nella "hull note" (nota di richiamo) del 26 Novembre 1941, definito un "ultimatum" nei propri confronti, dal governo giapponese.
Le prime avvisaglie, di quello che sarebbe diventato "il giorno dell'infamia", si avverarono tra il 3 ed il 5 Dicembre, con alcune operazioni di "prova" portate dai giapponesi nelle aeree adiacenti alle isole Hawaii. La più significativa di queste azioni portò alla scoperta da parte delle vedette americane di sorveglianza nel porto, di un sottomarino giapponese, nelle vicinanze dell'imboccatura del canale principale. Ciò nonostante, Roosevelt non volle credere ad un imminente attacco e si limitò ad una ennesima ammonizione portata all'ambasciatore giapponese a Washington.
Tra la notte del sabato 6 Dicembre e le prime ore della domenica seguente, si verificarono gli eventi "preparatori" che portarono all'attacco. La scoperta delle reti anti-sommergibile distrutte, l'attacco con bombe di profondità portato da alcuni PBY Catalina ad un sommergibile "scout" giapponese, il grande traffico di messaggi in codice (male interpretati dall'intelligence americana) tra l'isola ed il Giappone, non sono stati sufficienti allo stato maggiore della difesa americano ed al presidente Roosevelt, al fine di sospettare delle vere intenzioni dei giapponesi. Inoltre, altri piccoli ma determinanti fatti messi in atto dagli americani (come ad esempio la sistemazione "ala contro ala" di tutti gli aerei della grande base aerea di Hickam Field, la quale, con l'intenzione di evitare sabotaggi, ha invece favorito la loro distruzione da parte dei caccia giapponesi) ha sancito il disastroso evento.

L'attacco.
Con l'errata interpretazione da parte dei militari in servizio presso la stazione radar, i quali, causa inesperienza e dimestichezza con le nuove apparecchiature scambiarono la prima ondata giapponese d'attacco per uno stormo di bombardieri americani B-17 che dovevano rientrare a Pearl Harbour, iniziò l'attacco a sorpresa (riuscita a questo punto) degli aerei della marina imperiale giapponese partiti dalle portaerei Akagi, Kaga Hiryu, Soryu, Shokaku e Zuykaku situate a circa 190 miglia a nord-ovest dell'isola, con tutto il resto della flotta. L'inizio dell'attacco delle prime formazioni giapponesi avvenne alle ore 8.02 di una domenica mattina con condizioni meteo perfette (cielo terso e grande visibilità). Alle 8.50, la seconda ondata del comandante Shimazaki, con 54 bombardieri Val, 78 aerosiluranti Kate e 36 caccia Zero per la copertura aerea, attaccò le installazioni militari di Ohau.
Le principali navi da battaglia americane alla fonda nel porto, vennero colpite ed affondate (o gravemente danneggiate) tra le ore 8.05 e 9.15. La California ricevette il secondo siluro alle ore 8.06. L'Arizona (il cui relitto divenne il monumento alla memoria) esplose, colpita nella sua "santa barbara", alle ore 8.10 ed affondò in nove minuti. La Nevada, ultima ad essere attaccata, affondò mentre tentava di lasciare il porto.
Alle ore 10.00, la prima formazione d'attacco del comandante Fuchida, appontò sulle portaerei giapponesi. Alcuni aerei, dopo i rifornimenti di armi e carburante, fece ritorno a Pearl Harbour per una missione di ricognizione e controllo. Dopo alcune azioni di bombardamento per assestare gli ultimi danni, fece ritorno attorno alle ore 11.00, decretando la fine dell'attacco ed il successo della missione. La flotta dell'ammiraglio Nagumo, al completo, fece ritorno immediatamente verso il Giappone, contando poche decine di velivoli perduti tra le centinaia che hanno preso parte all'operazione.


Mappa dei posizionamenti del naviglio della flotta americana.


Una scena dell'attacco (ricostruzione).

Gli aerei giapponesi.
I velivoli impiegati dai giapponesi, comandati dal capitano Fuchida, erano essenzialmente di tre tipi: i caccia Mitsubishi A-6M Zeke (conosciuti come "Zero"), gli aerosiluranti Nakajima B-5N2 Kate ed i bombardieri in picchiata Aichi D-3A Val.
I caccia A-6 Zero, impiegati nella scorta aerea e per l'attacco "fighter sweep" con l'uso delle mitragliatrici, erano delle versioni A-6M1 e A-6M2, dotate rispettivamente di motori MK2 Zuisei da 780 cavalli e NK1C Sakae-12 da 925 cavalli. Entrambi i propulsori, radiali a doppia stella con 14 cilindri, erano costruiti dalla Mitsubishi. I caccia Zero erano armati con due cannoni Type-99 da 20mm e due mitragliatrici Type-07 da 7,7mm; tutte le armi erano sistemati nelle ali.


Un caccia Mitsubishi A-6M Zero (replica).

Gli aerosiluranti B-5N2 Kate, sono stati largamente impiegati per tutto il conflitto da parte della marina giapponese. Erano la principale piattaforma aerea per il lancio di siluri contro le navi nemiche e, sebbene lenti e fragili nella loro struttura, sono risultati molto efficaci. Derivati dal bombardiere imbarcato B-5N1 (dal quale rimane sostanzialmente invariato nelle forme generali) aveva un equipaggio di 3 uomini, una velocità massima di 350 km/h ed un raggio tipico d'azione di 1.100 chilometri. Gli aerei impiegati nell'attacco a Pearl Harbour erano dotati di siluro da 800 kg. modificati, per poter operare nelle acque basse della baia hawaiana.


L'aerosilurante Nakajima B-5N Kate.

I bombardieri imbarcati D-3A Val erano dei monomotori biposto con carrello fisso. Avevano un ottimo raggio d'azione che poteva arrivare, con il completo carico di bombe, a circa 1.800 chilometri. La velocità in picchiata raggiungeva i 450 km/h ed il sistema di puntamento ottico le rendeva particolarmente preciso, con una efficacia dell'80-82%. Alla fine del 1941, in servizio con la flotta giapponese si contavano solo poche decine della versione D-3A1, mentre il grosso della produzione di serie con il modello aggiornato D-3A2 raggiunse le portaerei del "Sol Levante" a partire dal'Agosto 1942. Il Val era molto maneggevole e dopo lo sgancio del carico bellico poteva ben destreggiarsi anche nel combattimento aereo manovrato.


Il "dive bomber" (bombardiere in picchiata) Aichi D-3A Val.

Gli aerei statunitensi.
All'epoca, nel teatro del Pacifico, operavano molti tipi di velivoli da combattimento americani, messi in servizio negli anni trenta ed all'apice della loro maturità, anche se alcuni modelli risultavano ormai datati (vedi i caccia Grumman F-4F Wildcat e Brewster F-2A Buffalo della marina ed i più anziani Severski P-35 dell'aviazione dell'esercito). Anche alcune linee di addestratori, risalenti all'epoca della Prima Guerra Mondiale e degli anni immediatamente successivi, era in corso di aggiornamento con velivoli più moderni, tra i quali il più importante era il North American T-6 Harvard.
Nei giorni precedenti l'attacco giapponese, sugli aeroporti delle Hawaii stanziavano parecchi aeroplani. La situazione relativamente pacifica lasciava spazio alle normali attività addestrative e di trasporto e collegamento tra le varie isole, sede dei distaccamenti militari e degli aeroporti, dei quali molti, risultavano ancora in costruzione.
Le linee di volo da addestramento impiegavano molti modelli di aerei diversi, tra i quali i biplano Boeing Stearman ed i Fairchild M-62 Cornell. Per il trasporto gli aerei più utilizzati erano gli idrovolanti PBY Catalina (impiegato anche per la ricognizione ed il soccorso in mare), i Douglas DC-3 Dakota (versione da trasporto militare C-47) ed altri tipi di aeromobili civili. Le linee da combattimento erano essenzialmente formate dai bombardieri terrestri B-25 Mitchell e B-17 Flying Fortress, oltre ai tipi imbarcati sulle portaerei normalmente sbarcati e dislocati a terra, tra i quali vi erano gli SBD/A-24 Dauntless ed i TBD Devastator, entrambi prodotti dalla Douglas Aircraft.


L'addestratore primario dell'USAAC Boeing Stearman model 75 Kaydet.


L'idrovolante multiruolo PBY Catalina.

I principali aerei da caccia con basi a terra, per la difesa delle isole, erano i Curtiss P-40C dell'US Army Air Corps. Questi aerei, denominati Tomahawk II-B, erano impiegati anche per l'attacco a terra, ma la loro principale missione restava la difesa aerea di punto, con un armamento che comprendeva 6 mitragliatrici da 12,7mm disposte a coppie di tre nella parte più interna del profilo d'entrata delle ali. Contro i caccia Zero giapponesi questi intercettori diurni soffrivano non poco come agilità e manovrabilità, ma risultavano leggermente più veloci (582 km/h contro 510) e con un rateo di salito migliore. Erano inoltre più robusti e blindati rispetto al caccia della Mitsubishi, cosa che rendeva più sicuri e temerari i piloti impegnati nel combattimento aereo ravvicinato.


Il caccia Curtiss P-40 Kittyhawk.
 

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